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Uno sguardo sui bambini al tempo del Coronavirus

 “Qualsiasi esperienza può essere usata come modello di una esperienza futura… ma deve prima essere immagazzinata emotivamente e messa a disposizione del processo di astrazione”.

[Bion W., 2009]

Nella nuova realtà Covid-19 è complesso identificare itinerari educativi e scolastici efficaci in modo trasversale. Meglio disporsi ad osservare i segnali positivi e le criticità, per individuare piccole tracce da seguire.

I bambini hanno vissuto fin da subito le limitazioni dovute al lockdown con la chiusura delle scuole prima, delle attività sportive e ricreative poi, fino al completo isolamento dalla relazione con i coetanei e con altri adulti significativi.

Sono venuti a mancare i ritmi cadenzati dalla scuola e la routine familiare centrata su aspetti organizzativi (orari, incastri di attività, compiti, etc).  I bambini hanno vissuto il disorientamento di una struttura spazio-temporale che non ha il carattere della temporaneità come quello della vacanza. È importante il compito dei genitori di riorganizzare la quotidianità con ritmi sicuri e prevedibili. Il sentimento di sospensione, di incertezza, di perdita del ritmo nell’organizzazione quotidiana può infatti generare nei grandi e nei piccoli una certa inquietudine.

Per i bambini è difficile esprimere a parole le emozioni, le paure e le preoccupazioni. Possono evidenziarsi comportamenti difficili da comprendere: insistenza, irritabilità, agitazione o comportamenti sintomatici, risvegli notturni, enuresi, incubi, richieste regressive come dormire con i genitori. Non dimentichiamo che tutti i bambini sono stati esposti, in questo periodo, a contenuti relativi alla malattia e alla morte, che possono intercettare fantasie e interrogativi già presenti nel normale percorso di crescita e che riguardano la separazione, il sentirsi soli, la perdita. Difficilmente fanno domande, però ci aiutano: offrono il loro gioco, i loro disegni, i loro sogni ad occhi chiusi e ad occhi aperti, con i quali forniscono agli adulti tracce del loro vissuto, delle loro fantasie e delle loro emozioni. Tuttavia, “un pensiero che non trova ascolto difficilmente prende forma e respiro. […] I bambini devono essere ascoltati, perché di fronte al bello, alle difficoltà e anche alle tragedie della vita, sono capaci di nitidezza ed autenticità rare, che credo faccia bene a tutti incontrare” (Lorenzoni F., 2014).

Piano piano i genitori hanno capito la necessità di non esporre i bambini alle notizie, ma piuttosto di filtrarle, fornendo delle verità comprensibili ed accettabili a seconda dell’età. Inoltre si sono fatti carico di tutte le funzioni di supporto allo sviluppo che normalmente sono condivise, o a volte delegate, ad istituzioni esterne alla famiglia. Hanno cercato di superare limiti personali ed oggettivi, per trovare dentro e fuori di sé le risorse utili a garantire ai bambini non solo sicurezza e serenità, ma anche esperienze “buone”, mentre fuori dalle mura domestiche imperversava il dramma.

Per alcune famiglie è stata particolarmente difficile la gestione del tempo, con una sovrapposizione del tempo-lavoro e del tempo-famiglia, e i bambini possono aver risentito del fatto che la presenza fisica non fosse sempre pienamente disponibile, mentalmente ed affettivamente.

Altre famiglie, invece, hanno potuto sfruttare il tempo lento, per godere effettivamente di qualcosa che prima si perdeva in tempi stretti e veloci. Per molti bambini, per esempio, ciò ha significato riscoprire il papà e un intenso legame con i fratelli. I bambini hanno potuto così fare il pieno di relazioni familiari che, se sufficientemente equilibrate, sono state nutritive nonostante i limiti. Ricordiamo che qualunque tipologia di ripresa comporterà una separazione che potrà farsi sentire emotivamente nei piccoli e nei grandi. Non potrà che essere una ripresa graduale. Però quando il pieno è avvenuto, emergono nuove domande sui compagni, sugli amici, sulle insegnanti, su altre figure con cui si erano stabiliti legami anche importanti: “dove sono, cosa fanno, quando possono essere re-incontrati?

Ci si chiede se e come tutto questo lascerà una traccia dentro di loro.

E’ importante che questa esperienza possa trovare una sua collocazione nella continuità della crescita: non sarebbe funzionale ad un adeguato sviluppo affettivo-relazionale favorire la “dimenticanza”. Piuttosto si tratta di aiutare i bambini a creare legami tra il prima e il dopo. I ricordi del passato sono un ottimo magazzino di esperienza a cui attingere per ritrovare significati condivisi (sia positivi che conflittuali), che rimandano emozionalmente al sentirsi. Marco, di 5 anni, chiede: “mamma quando torneremo alla vita in cui ti chiedevo se domani si va a scuola?”. Allo stesso modo, aiutarli a proiettarsi in esperienze e progetti futuri reali, ma anche fantastici, mette in moto il loro bisogno innato e vitale di gettarsi in là. Max, di 7 anni, dice: “dopo voglio andare in America e in Giappone”. Questo pensarsi nel futuro alimenta il senso positivo dell’esistenza, ed è un antidoto agli aspetti depressivi latenti che possono instaurarsi di fronte al vuoto di progettualità e incertezza.

Anche la scuola, in questo periodo, si è attivata per andare incontro ai bambini e assicurare loro una certa continuità. La scuola è importante: è un luogo formativo fondamentale ed inderogabile. È prima di tutto un’esperienza relazionale, di crescita affettiva e sociale, educativa, prima che didattica. Il ricordo, il desiderio e la domanda sulla scuola è una dichiarazione inequivocabile. La scuola manca ai bambini, anche a quelli che prima “non la amavano”.

Una prima osservazione sulla scuola on-line riguarda la possibilità di tutti di accedere agli strumenti necessari, sia dal punto di vista prettamente tecnico (possedere un pc, un tablet, uno smartphone, una connessione adeguata), sia di poter usufruire di aiuto nell’utilizzo di tali mezzi, e non solo. Hanno funzionato meglio le scuole che hanno potuto organizzarsi con classi virtuali, mantenendo il contatto e la parola dell’insegnante e non richiedendo ai genitori di trasformarsi tout-court in maestri. La scuola infatti non è sostituibile con un insegnamento dato dai genitori. In questa situazione la maggior parte dei bambini hanno accettato con piacere la didattica digitale, dimostrandosi curiosi e inorgogliti del poter maneggiare gli strumenti, prima insieme ai genitori e poi pian piano più in autonomia. Hanno scoperto che i device possono essere strumenti utili alla conoscenza ed all’apprendimento. Nello stesso tempo i genitori hanno potuto toccare con mano e rendersi conto della necessità di guidare i bambini all’uso responsabile e alla gestione della tecnologia. In prospettiva, si potrebbe pensare al mantenimento del digitale come supporto alla didattica tradizionale.

Anche gli insegnanti hanno dovuto riconoscere una modalità diversa di stare con gli alunni, hanno dovuto riflettere sulla loro didattica e sulle attese rivolte agli apprendimenti, cogliendo le difficoltà di ognuno e anche le proprie. Finire il programma e valutare non è più la priorità, in questo momento la priorità riguarda mantenere la continuità, l’unione, riuscire a stare con gli alunni in una didattica che non può essere calata dall’alto, ma piuttosto condivisa. Ma non possiamo dimenticare che, soprattutto per i bambini della scuola primaria, non è pensabile alcun apprendimento pienamente maturativo se non nel contesto di esperienze dirette sul mondo e nel contesto di una relazione affettiva con i maestri. Indispensabile è anche l’esperienza di collaborazione e confronto con i coetanei, dove prendere le proprie misure e quelle dell’altro nel processo di definizione di sé.

Un pensiero particolare va ai più piccoli, i bambini della scuola materna, che hanno vissuto una diminuzione consistente di esperienze nuove tramite il corpo e il contatto, l’agire e la manipolazione, particolarmente importanti, perché è attraverso l’azione e il corpo  che si arriva alla parola e al pensiero, secondo un processo di conoscenza creativo e attivo.

In questo piccolo contributo, sicuramente parziale e non esaustivo, che racconta un poco dei nostri bambini al tempo del Covid -19, vogliamo in conclusione rivolgere l’attenzione ad alcune categorie che pensiamo essere in condizione di maggiore fragilità. Si tratta dei bambini con immaturità/deficit sul piano della rappresentazione mentale, che fondano la quotidianità sulla presenza dell’altro, sulle caratteristiche dell’ambiente e sul ritmo di relazione dato dalla presenza reale della persona, riconoscibile perché visibile; i bambini con difficoltà a modulare la propria emotività, già inseriti in percorsi terapeutici per essere accompagnati  nella loro crescita; i bambini di famiglie in situazioni di marginalità e scarsa integrazione sociale, per i quali l’esperienza con le agenzie educative e di supporto allo sviluppo ha una funzione fondamentale e vicariante; i bambini con situazioni familiari complesse, ad esempio con genitori separati, dove gli incontri con l’uno o l’altro genitore sono ulteriormente complicati. I bambini hanno bisogno di ritmo, continuità, routine, rassicurazioni, ma anche di progettualità futura che li aiuti a pensarsi nel dopo, e necessitano di presenza e sostegno da parte degli adulti che si occupano del loro sviluppo, crescita e formazione.

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